“Non ci sono risorse”. “Mancano assistenti sociali”. Alcune delle risposte che ci siamo date negli anni passati non bastano più a spiegare perché – nonostante da dopo la drammatica esperienza del Covid siano arrivati fondi e assunzioni – la professione sia ancora in affanno.
La presidente Silvana Mordeglia ha rappresentato Fnas nel convegno realizzato presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona: “L’assistente sociale tra vocazione e professione”.
Partendo dai risultati di un percorso di ricerca del corso di laurea con il patrocinio del Consiglio regionale del Veneto dell’Ordine degli Assistenti Sociali e il sostegno della Fondazione Zancan e della Fondazione Cattolica, Mordeglia ha ribadito che “la complessità” è la cifra del lavoro sociale”.
La formazione, cuore dell’esistenza di Fnas, è alla base di ciò che serve per affrontare questa “complessità”, ma, ha insistito la presidente, ci sono tre azioni di cui tutti gli attori sono responsabili a partire dalle istituzioni e dai professionisti: “Valorizzazione delle competenze, sostegno alla riflessività con il supporto indispensabile della supervisione, lavoro di rete e coprogettazione. La qualità del lavoro sociale è una proprietà delle relazioni tra professionisti, organizzazioni e politiche. Il nostro lavoro – ha concluso – non è difficile perché mancano strumenti, ma perché gli strumenti non bastano e allora la sfida non è semplificare il lavoro, è essere all’altezza della sua complessità”.