MSNA: contesti territoriali differenti, buone pratiche da condividere

Verificare e confermare che la buona pratica “Famiglie a colori” possa essere il punto di partenza per la costruzione del percorso di trasferimento in ecosistemi differenti che porta al modello “Mai Soli”. E così il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre ha ospitato nei giorni scorsi il “Workshop di validazione del modello Mai Soli per il trasferimento della buona pratica sociale Famiglie a Colori in contesti differenti”.
Il progetto “Mai Soli. Minori al Sicuro” è finanziato dal Fondo asilo migrazione e integrazione (FAMI) del Ministero dell’Interno per promuovere l’affido dei minori stranieri privi del supporto familiare. Fnas – che guida e coordina il partenariato formato dall’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali e dai comuni di Macerata, Palermo, Marsala e Brugherio – era rappresentata all’ incontro di Roma Tre dal direttore Gianmario Gazzi, da Ada Alvaro e Andrea Braconi del Dipartimento della progettazione guidato da Renato Briante.
Dopo l’introduzione del direttore Gazzi e del professore Marco Burgalassi, dell’ateneo romano, ha preso avvio il programma di lavoro, diviso in tre sessioni: la presentazione della buona pratica “Famiglie a Colori”, riavviata dopo dieci anni dalla sua nascita nel comune di Macerata; la condivisione di un’analisi condotta a Macerata dall’Istituto per le Politiche di Ricerca Sociale attraverso un accompagnamento alle nuove procedure di affido familiare di MSNA; l’introduzione di una pratica promossa da Unicef, sul territorio nazionale, e da CNCA a Palermo, attraverso il progetto Terreferme, per acquisire informazioni utili a prevenire i rischi legati al trasferimento delle esperienze in ecosistemi diversi.

Il workshop ha permesso di condividere i risultati delle attività di animazione e sensibilizzazione di “Mai Soli”, unitamente alle analisi sui dati di contesto, ricavati dalle indagini e dall’evidenza empirica. Rispetto alla prima edizione di “Famiglie a Colori”, negli anni 2015-2017, è aumentato il numero dei MSNA presi in cura dai servizi locali, ma è cambiata la destinazione: perdono terreno le comunità ordinarie, resta alto, anche se in leggera flessione, il numero degli affidi familiari, soprattutto grazie alla perdurante validità del modello originale, e si registra la crescita di ruolo del Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), di recente attivazione da parte della Prefettura che, seguendo una tendenza nazionale, sta diventando un riferimento ordinario anche per i minori.
I quattro principi chiave sui quali si basa il modello:

  • “Family First”: che individua nella famiglia il contesto privilegiato per la cura, l’educazione e lo sviluppo attivo del minorenne;
  • “Nessuna famiglia è ideale”, che detronizza i tentativi di limitare le scelte a stereotipi predefiniti;
  • “Le comunità come presidio specialistico”, in virtù del quale le comunità residenziali tornano a rappresentare dispositivi residuali;
  • “La sostenibilità come condizione strutturale del sistema di affido”, che richiede la co-responsabilità tra famiglie e servizi, nella logica di un welfare non frammentato;

definiscono il punto di partenza per la costruzione del percorso di trasferimento della buona pratica sociale in ecosistemi differenti. In questo quadro complesso, rientra l’obiettivo di assicurare al modello i sostegni in grado di facilitare la presa in cura e l’accompagnamento all’inclusione degli operatori, a cominciare dalle e dagli assistenti sociali, attraverso il rafforzamento delle competenze specialistiche e la diffusione delle pratiche procedurali.
Hanno preso parte ai lavori anche Catia Santonico e Alessia Attar per IPRS; Marika Di Prodi e Franca Veneziano, del comune di Macerata; Fiorella Laratta e Maria Clotilde Mauri, del comune di Brugherio e Francesca Zappalà, per CNCA Sicilia. Il comune di Palermo ha partecipato da remoto con il suo gruppo di lavoro.